Friday, June 13, 2014

Grazie, Monica, per le tue bellissime parole...

"Oh, Elena, your book makes me feel so good" ...era da tantissimo tempo che non leggevo un libro sulla nascita ritrovandomi davvero dispiaciuta di essere arrivata alla fine. Il libro di Elena Skoko pulsa di Vita, di Spontaneità, di verità... non proferite dall'alto, ma sgorgate direttamente dal suo effervescente cuore-mente Madre. GRAZIE davvero di questa preziosa testimonianza, sono onorata di averti conosciuta "imponente e feconda guerriera slava"! Con (oramai rarissima) preziosa semplicità il tuo libro ha il potere di risvegliare le guerriere sopite dentro le donne e invitarle con fiducia ad abbracciare la convinzione che "every little thing's gonna be all right". CONSIGLIATISSIMO A TUTTE/I 
Monica dal Molin, educatrice perinatale, http://www.danzataiji.it

Monday, June 9, 2014

Nel nome della madre. Il lotus birth in una società matriarcale.


Ho incontrato Francesca Rosati Freeman, la regista del film “Nu Guo – Nel nome della madre”, nonché autrice del libro "Benvenuti nel paese delle donne: un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso, una società matriarcale senza violenze né gelosie" (XL Edizioni, 2013).

Francesca è studiosa dei Moso, una delle minoranze etniche in Cina, che vivono tutt'oggi secondo i principi matriarcali, matrilineari e matrifocali (per approfondire i temi riguardanti il matriarcato vi invito alla lettura del libro Le società matriarcali di Heide Göttner-Abendroth, Venexia, 2013). Dopo la visione del documentario al museo Maxxi a Roma il 23 aprile 2014, ho avuto modo di parlare con Francesca e farle delle domande che riguardano soprattutto l'ambito della gravidanza, del parto e dell'allattamento. Nel film viene raccontato che alla nascita il cordone ombelicale del bambino non viene tagliato. Mi sembrava un dettaglio molto interessante. Ho voluto approfondire con Francesca i vari aspetti della maternità e del matriarcato nella cultura dei Moso. Il discorso si è allargato sui temi dell'amore e della sessualità, dei rapporti tra i generi, della pianificazione familiare, del sistema economico basato sulla condivisione e anche degli errori di traduzione e interpretazione che possono avere un ruolo importante nello studio di una cultura diversa dalla nostra. La mia curiosità era immensa!

L'intervista è lunga, ma le informazioni che l'autrice condivide generosamente sono molto interessanti. Per ulteriori approfondimenti, vi invito a leggere il suo libro e vedere il documentario appena ne avete l'occasione. Il sito di Francesca Rosati Freeman è pieno di informazioni, foto e aggiornamenti: http://www.francescarosatifreeman.com. Le foto sono tratta dal suo sito, dalla sua pagina Facebook, e dal Convegno Culture Indigene di Pace 2013.


Elena: Vorrei chiederti delle informazioni sulla cultura matriarcale dei Moso, in particolare riguardo alla gravidanza, al parto e alla nascita. Ci sono dei rituali, delle abitudini, dei costumi legati a questi eventi nella cultura dei Moso?


Francesca Rosati Freeman: Ho avuto modo di intervistare una donna Moso, che adesso conosco molto bene. Lei è rimasta incinta mentre mi trovavo da loro. Quando sono tornata l'anno successivo, l'ho rivista con una bambina che aveva già sei mesi. Ho approfittato per chiederle com'era andata la gravidanza, dove aveva partorito e altre informazioni riguardo al parto e alla nascita. Lei mi ha detto che quando è rimasta incinta ha avuto dei consigli da parte di sua madre e di tutte le donne anziane che frequentavano la sua casa, donne vicine alla sua famiglia. Questi consigli consistevano nel non mangiare carne di animale maschio (ride)... e altri consigli sull'alimentazione in gravidanza. Le sconsigliavano di mangiare soprattutto le cose speziate perché nuoce alla salute del bambino. Durante la gravidanza lei non ha mai fatto lavori pesanti, ma continuava ad aiutare a casa. Una volta incinta, non dormiva più nella sua “camera dei fiori”, ma nella stanza con la madre, così, se ce ne fosse stato bisogno, si potevano prendere cura di lei. Una volta al mese faceva venire il lama, per la benedizione, ed una volta è andata a fare il pellegrinaggio alla montagna sacra, che è la protettrice di tutti i Moso e anche la dea dell'amore e della fertilità. Ha ricevuto dei controlli all'ospedale nei primi tre mesi una volta al mese. Quando era sicuro che tutto procedeva per il meglio ha diradato le visite all'ospedale.


Per quanto riguarda il parto mi ha detto che è una cosa che riguarda soltanto le donne. Per cui, anche se si va all'ospedale l'ostetrica o la ginecologa che aiuta le donne a partorire è una donna. Può assistere al parto anche la madre. Non il padre, perché non è un affare di uomini. Gli uomini si occuperanno del funerale. Lei voleva partorire in casa, ma la madre non gliel'ha consigliato. Le ha consigliato di andare all'ospedale perché secondo lei era più sicuro. Ora, io non ho mai fatto un'indagine sulla mortalità infantile quando non c'era l'ospedale, per esempio quando tutte le donne erano ostetriche, cioè quando tutte le madri aiutavano le loro figlie a partorire. Ho parlato con il medico dell'ospedale della maternità, che lavora in questo centro ospedaliero. Con lui però abbiamo parlato soltanto di nascite di bambini handicappati e mi diceva che fra i Moso non ne ha mai visti, mentre li ha visti in un'altra etnia gli Yi, in particolare, che si sposano tra cugini primi. La libertà sessuale dei Moso fa sì che questi problemi non si presentino, loro possono scegliere liberamente i loro partner.

Poi abbiamo parlato anche della pianificazione familiare. Lui mi diceva che le donne Moso possono avere due bambini, essendo una minoranza etnica poco numerosa. Nessuna donna Moso fa più di due bambini comunque. Se in una famiglia Moso, che sono i matriclan, con tre-quattro donne che sono in età di procreare, se ogni donna facesse due figli ci sarebbero troppi bambini di cui occuparsi, sfamarli ecc. Anche se la società è centrata sul legame materno, sulla relazione, sul principio materno, le donne Moso non sono riducibili alla maternità. Fanno di tutto. Sono lavoratrici, agricoltrici, sono anche madri, ma possono svolgere attività anche all'esterno del matriclan. Una donna che ho intervistato è stata capo villaggio per tanti anni. Altre donne invece hanno rifiutato di farlo; sono state elette ma hanno rifiutato l'incarico perché nella famiglia ci sono troppe responsabilità, dato che le donne guidano la famiglia. Questo ruolo le valorizza sia all'interno della famiglia che all'esterno.

Ho chiesto alla mamma di questa giovane che ha partorito nell'ospedale come lei avesse partorito, perché all'epoca non c'era l'ospedale. La mamma di questa giovane, che adesso ha 58 anni, mi diceva che lei ha partorito in casa in una stanza che loro chiamano "la stanza della nascita e della morte", la stanza dei misteri... Qui le donne partorivano e, in caso di morte, il defunto veniva deposto in attesa dei funerali. Questa stanza è il simbolo dell'alternarsi del ciclo della vita e della morte. Loro credono anche nella reincarnazione. In questa stanza non possono entrare le persone estranee alla famiglia. Lei ha partorito i suoi tre figli qui. Mi diceva che è stata sua madre ad aiutarla a partorire. Sua madre però aveva paura di tenere in mano il bambino, aveva paura che gli scivolasse dalle mani. Allora, lei stessa ha tagliato il cordone ombelicale ed è lei stessa che ha fatto il bagnetto ai bambini.

E: Nel film si diceva che non tagliavano il cordone ombelicale alla nascita...

FRF: E' strana questa cosa... Non so se è un errore dell'interprete o l'errore di un traduttore dell'intervista. La ragazza nel film, che racconta in prima persona, dice che non tagliano il cordone ombelicale, rimane attaccato. Loro lo spalmano con un olio e quando cade, cade da solo. Poi seppelliscono il cordone e la placenta sotto un albero che "ha dei bei fiori". Questa immagine è molto bella... Nel mio libro ho scritto che la mamma taglia il cordone ombelicale, però lei parlava moso, la figlia l'ha tradotto in mandarino, l'interprete l'ha tradotto in inglese e poi ho fatto tradurre in italiano...

E: Possiamo confermare il detto "traduttore, traditore"...

FRF: Nel film ci sono stati meno passaggi perché la ragazza parlava il mandarino e io ho filmato tutto. Poi una traduttrice italiana che parla cinese ha tradotto parola per parola. Io ho più fiducia in quello che ha detto la ragazza nel film, che nella trascrizione che poi ho fatto nel libro, che data del 2010. L'intervista nel film data del 2012.

E: Interessante...

(per leggere l'intervista completa, segui questo link: https://www.academia.edu/7297665/Nel_nome_della_madre_Intervista_con_Francesca_Rosati_Freeman) oppure scarica direttamente il PDF.